La Rivoluzione d’Ottobre al cinema con i film di Dziga Vertov (cinema sovietico)

Gli anni che seguono la Rivoluzione d’Ottobre sono caratterizzati da un clima diffuso di sperimentazione. Gli artisti cercano un approccio creativo al nuovo mezzo che sia in sintonia con . le mutate condizioni politiche e sociali. Tra questi, Dziga Vertov teorizza e mette in pratica una ricerca che ha come presupposto il rifiuto del cinema spettacolare di finzione, considerato strumento di potere e di oppressione. La sua macchina da presa è «un occhio più perfetto di quello umano», che esplora la realtà, coglie la vita nella sua immediatezza. Al montaggio spetta il compito fondamentale di strutturare e organizzare il materiale. L’uomo con la macchina da presa è un film manifesto, e un film sul cinema, che descrive la frenetica giornata di un cineoperatore a caccia di immagini. Il film è un susseguirsi di invenzioni visive, e mostra alternativamente sia ciò che la macchina da presa riprende sia l’operatore nel momento in cui sta filmando.

É nella sequenza di apertura di Ottobre che alcuni rivoluzionari si preparano a distruggere la statua di Alessandro III, imperatore di Russia. Un’immagine fortemente simbolica che apre una pellicola il cui intento è di celebrare il decimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre.

Realizzato con grandi mezzi, il film è caratterizzato dalla composizione ricca e meticolosa di ogni singola inquadratura, un ritmo serrato, una fotografia molto contrastata, angolazioni parti-colari di ripresa, i frequenti e intensi primi piani contrapposti alle scene corali.

Fimografia:

  • La settimana cinematografica (Кинонеделя) – diretto con Michail Kol’cov, Nikolaj Tichonov ed Evgenij Šneider (43 edizioni, 19181919)
  • Il piroscafo per la propaganda didattico-letteraria “Stella Rossa” (Literaturno-instruktorskij agitparochod vcik “Krasnaja Zvezda”) (documentario, 1919)
  • L’anniversario della rivoluzione (Годовщина революции) – diretto con Aleksej Savalev (1919)
  • Il cervello della Russia sovietica (Mozg Sovetskoj Rossij) (1919)
  • Il processo Mironov (Process Mironova) (1919)
  • Storia della guerra civile (История гражданской войны) (1922)
  • Kinopravda (Киноправда) (23 edizioni, 19221925)
  • Il 1º maggio a Mosca (Pervoe Maja v Moskve) (1923)
  • Evviva l’aria! (Daeš vozduch!) (documentario, 1923)
  • Calendario cinematografico di stato (Госкинокалендарь) (53 edizioni, 19231924)
  • Il cineocchio (Кино-глаз) (1924)
  • La sesta parte del mondo (Шестая часть мира) (1926)
  • Avanti, Soviet! (Šagaj, sovet!) (1926)
  • L’undicesimo (Одиннадцатый) (1928)
  • L’uomo con la macchina da presa (Человек с киноаппаратом) (1929)
  • Sinfonia del Donbassa/Entusiasmo (Энтузиазм) (1930)
  • Tre canti su Lenin (Три песни о Ленине) (1934)
  • S’erge Ordjonokidze (Памяти Серго Орджоникидзе) (1937)
  • Ninnananna (Колыбельная) (1937)
  • Tre eroine (Три героини) (1938)
  • Le novità del giorno (Новости дня) (1954)

David Wark Griffith e l’esplorazione cinematografica nei suoi film

Il crescente successo di pubblico e lo sviluppo industriale dei cinema vedono i film di stampo documentaristico lasciar sempre più spazio al cinema di finzione, dove sono previste la messa in scena e strutture narrative sempre più articolate… Benché, soprattutto negli Stati Uniti (e quindi a Hollywood, dove si erano stabilite le principali case di produzione), il cinema si espande su basi industriali e su una rigida organizzazione del lavoro, nel primo decennio del secolo incomincia a delinearsi il ruolo centrale del regista come responsabile delle riprese e, più in generale, dell’intera pellicola.

Al regista David Wark Griffith va il merito di aver utilizzato nel loro insieme e in modo sistematico le risorse espressive e spettacolari del linguaggio cinematografico esplora-te da chi lo aveva preceduto. Con Intolerance, kolossal ambientato in quattro diverse epoche storiche, Griffith intende il cinema come grande spettacolo: ingenti mezzi, imponenti scenografie, eventi storici mescolati a vicende individuali. … Griffith grazie al montaggio è in grado di costruire narrazioni complesse e articolate, che si muovono tra spazi e tempi diversi.

Louis e Auguste Lumière e la nascita del cinema: curiosità interessanti

La nascita del cinema non è il frutto di una singola invenzione, ma il risultato di un lungo percorso strettamente legato allo sviluppo tecnico-scientiiîco e ai mutamenti sociali e culturali che caratterizzano il XIX secolo.

Il cinema -come il telefono e l’automobile «è nato alla fine dell’Ottocento: a partire dalla nascita della fotografia si giunge gradualmente all’irwenzione di apparecchi che permettono la ripresa e la proiezione di immagini fotografiche in movimento. Un fenomeno internazionale in cui decine di sperimentatori, tecnici, inventori contribuiscono alla creazione di un mezzo destinato a influire profondamente sulla società, la cultura; l’immaginario e sulle altre arti. La possibiiità di riprodurre la realtà si rivela una meravigliosa invenzione, che desta immediatamente molto interesse, e non» soltanto per le potenzialità di sfruttamento commerciale Il cinema darà origine infatti a una grande industria ma anche al linguaggio artistico e alla forma di spettacolo più significativa del Novecento.

Nel Dicembre del 1895, a Parigi, hanno inizio le proiezioni pubbliche a pagamento di alcuni brevi iîlm dei fratelli Louis e Auguste Lumière: una data simbolica, alla quale si attribuisce convenzionalmente la nascita dello spettacolo cinematograiico. Il programma è costituito da una decina di pellicole della durata di poco più di un minuto. Fatti di attualità, scene famigliari, piccoli sketch comici che ottengono un inaspettato successo. I Lumière avevano brevettato il cme’matogmphe (un dispositivo che sintetizzava molte delle precedenti invenzioni), grazie al quale era possibile riprodurre fedelmente e senza artifici momenti della vita, con una straordinaria impressione di realtà (nonostante l’assenza di suono e di colore). Il pubblico può vedersi riflesso e, allo stesso tempo, percepire una realtà in qualche modo “accentuata”, poiché la scelta della posizione della macchina da presa ne determina una precisa rappresentazione. Celebre è il caso del film L’arrivo di un treno alla stazione: una sola inquadratura fissa in cui, grazie all’angolazione di ripresa, il treno sembra avanzare minacciosamente. La leggenda vuole che alcuni spettatori siano fuggiti dalla sala, temendo che il treno potesse travolgerli.

L’altro padre del cinema è Georges Méliès, uomo di teatro, prestigiatore e illusionista. Il suo approccio al nuovo mezzo è per certi aspetti opposto a quello dei Lumière. I suoi film, tra cui il celebre Viaggio sulla luna, esplorano le possibilità del cinema in termini di invenzione e di creazione di uno spettacolo di iînzione. La macchina da presa non riproduce la realtà, ma un mondo fantastico costruito sapientemente nel teatro di posa… Méliès intuisce che il suo bagaglio di trucchi e di magie può trovare nel cinema nuove possibilità di sviluppo. Questo film si presenta come un racconto per immagini, strutturato per quadri, dove il lavoro di costruzione scenografica è minuzioso, i costumi sono ricchi e bizzarri, come nella scena iniziale in cui gli scienziati si apprestano a osservare la luna coni loro telescopi.

I trucchi di Méliès, come quello dell’arrivo della navicella sulla luna, sono geniali e ironiche invenzioni di grande presa sul pubblico.

I film di Lumière e Méliès hanno, dal punto di vista del linguaggio, caratteristiche comuni: sono realizzati con un’inquadratura fissa e frontale, dove sono presenti tutti i personaggi dell’azione, non ci sono movimenti di macchina, né effetti di montaggio, ma solo (nel caso di Méliès) passaggi da una scena all’altra. A Edwin Stratton Porter, e al suo film “La grande rapina al treno” si attribuisce il merito di aver strutturato in maniera più articolata la narrazione cinematografica. In questo, che è trai primi western della storia del cinema, la macchina segue in parte i movimenti dei personaggi, e si fa un uso del dettaglio e dei piani ravvicinati degli attori. Il fotogramma in cui il bandito spara frontalmente è uno dei primi casi in cui la distanza tra l’attore e la macchina da presa viene drasticamente ridotta: per gli spettatori, abituati a vedere gli attori sullo schermo come li vedevano a teatro, ovvero a iigura intera, questo poteva rappresentare uno shock.

Lo Hobbit, La desolazione di Smaug: il film drammatico di Peter Jackson

Nel secondo film della trilogia Lo Hobbit, La desolazione di Smaug (USA-Nuova Zelanda 2013; 161’), Peter Jackson sembra voler ergersi da semplice regista a vero e proprio demiurgo del mondo tolkieniano, tentando di rivaleggiare con lo scrittore inglese quanto a invenzioni, non sempre, però, con risultati di pari livello.

Il film comincia con un flashback (tecnica utilizzata anche ne Il ritorno del Re, che si apriva con la sequenza del giovane Smeagol-Gollum che trova l’Anello) in cui viene rappresentato l’incontro tra il mago Gandalf e il nano Thorin a Brea, avvenuto qualche settimana prima della partenza dalla Contea di Bilbo assieme alla compagnia dei nani: l’evento, non presente nel romanzo, è tratto da uno dei Racconti incompiuti di Tolkien pubblicati postumi, “La cerca di Erebor”. Viene confermato così in questo film il metodo compositivo su cui si fonda la trasposizione cinematografica di Jackson: la commistione del romanzo con altre fonti tolkieniane (principalmente le Appendici al Signore degli Anelli, “Il Popolo di Durin” e “Il calcolo degli anni”, oltre alla sopracitata “Cerca di Erebor”) con l’obiettivo di ricreare un prequel ampio e quanto più possibile coerente alla trilogia de Il Signore degli Anelli, piuttosto che di realizzare una fedele trasposizione del breve romanzo del 1937.

Il celebre tema degli hobbit di Howard Shore (Concerning Hobbits) ci introduce nell’azione vera e propria nello stesso punto dove si era interrotta nel primo film, sulla collina di Carrok. Inutile esprimere il disappunto che coglie tutti i lettori del libro nel vedere come sia stato rimaneggiato l’episodio inerente al mutapelle Beorn. La sosta nella casa dell’uomo-orso, che nel libro occupa un intero capitolo, è qui liquidata in poche scene. Anche la figura umana del mutapelle non ci piace per niente: a metà tra un Australopithecus e un gorilla spelacchiato, Beorn perde tutto il fascino eroico con cui è invece descritto da Tolkien.

Altro trattamento frettoloso è riservato alla traversata del Bosco Atro lungo la via silvana da parte della compagnia ormai privata della guida dello stregone. L’avventura con i ragni giganti e il ruolo risolutivo di Bilbo nel salvare i nani con l’aiuto dell’Anello, il quale indossato dona una momentanea invisibilità, non hanno il giusto rilievo, mentre ciò rappresenta uno dei momenti cruciali del romanzo in cui si esprime l’evoluzione di Bilbo, da sbadato e inutile peso per i nani a coraggioso e scaltro eroe, momento di passaggio sottolineato anche dal battesimo del suo pugnale col nome Pungolo.

Nell’incontro con gli elfi del Bosco Atro nulla rimane del favolismo presente nel libro. L’immagine degli elfi festaioli è sorpassata, in stretta concordanza con la direttiva della coerenza con la Trilogia, da quella più tipica degli elfi de Il Signore degli Anelli, rappresentati ovvero come figure cupe e misteriose. In maniera speculare a quanto avviene a Lorien ne La Compagnia dell’Anello, essi catturano di sorpresa la compagnia di intrusi nel loro reame. Fa a questo punto la sua apparizione Legolas, visione che fa storcere il naso a chi pretenderebbe dal regista neozelandese una fedele trasposizione del libro. Il principe elfico, infatti, non compare mai ne Lo Hobbit di Tolkien, essendo un’invenzione posteriore da collocare durante la scrittura de Il Signore degli Anelli. Tuttavia, per chi approva il metodo compositivo jacksoniano, l’intromissione di Legolas appare quanto mai naturale e ovvia. Egli è, infatti, il figlio del Re degli Elfi Silvani, Thranduil, nel cui castello sono imprigionati i nani. Bilbo tramite l’Anello che lo rende invisibile riesce a eludere la cattura ed è nuovamente a lui derogato il compito di trarre d’impaccio i suoi compagni.

L’episodio della fuga dal Palazzo del re attraverso le botti di vino non è reso male, quello che segue dopo sì. Lungo il fiume che porta al di fuori di Bosco Atro e nel quale i nani navigano dentro le botti compare la baraonda di orchi di Azog che inseguono senza sosta Thorin. La sequenza dell’inseguimento lungo il fiume presenta delle grosse cadute di stile. Con una maniera che non sappiamo se definire più grottesca o disneyana si avvicendano le immagini ora del nano Bombur che con la sua botte rimbalza ridicolamente sopra le teste degli orchi, facendone fuori una dozzina, ora, secondo l’insopportabile topos caro a Jackson di Legolas campione sportivo (e qui notiamo una certa ostentazione da parte del regista nell’autocitarsi), dell’elfo che fa windsurf sulle teste di due orchi nel fiume (ne Le due Torri aveva trasformato un’asta di legno in uno skateboard). Perché ovviamente Legolas non compare solo di passaggio, come sarebbe stato più sensato, ma svolge (trovata commerciale per le fans di Orlando Bloom?) un ruolo importante per tutto il film. Ma non si esaurisce qui l’estro creativo di Peter Jackson, il quale partorisce per questo capitolo del suo Hobbit anche un personaggio tutto nuovo: l’elfa Tauriel, che tiene alta la bandiera del sesso femminile in un epos, quello tolkieniano, prevalentemente (e, oserei dire, naturalmente) a predominanza maschile. Se la sua invenzione può definirsi da questo punto di vista legittima, molto meno lo è la sua inclinazione per il giovane nano Kili, che siamo certi avrebbe fatto inorridire Tolkien e rappresenta una evidente stonatura con la sua opera.

Ben fatta la rappresentazione di Esgaroth (il forte di Jackson, bisogna ammetterlo, è proprio la scenografia) e da un certo punto di vista intelligente è anche il risalto dato a Bard, personaggio che svolge un ruolo decisivo soprattutto nell’ultima parte della storia. L’uomo trasporta su una chiatta i nani introducendoli di nascosto a Esgaroth, la città sul Lago Lungo, un tempo importante meta di commercio per i nani di Erebor. Dopo essere usciti allo scoperto i nani vengono accolti con clamore dalla cittadinanza per via dell’antica profezia che promette tempi fecondi di ricchezza qualora tornasse a regnare il Re sotto la Montagna. Finalmente il viaggio dei nani giunge alla meta e alle sorgenti del fiume Thorin e i suoi possono contemplare Erebor, la Montagna Solitaria, antica dimora spodestata dal drago. Ai piedi del monte una città in rovine: è questa la desolazione di Smaug che dà il titolo al film. La luce lunare del «dì di Durin» illumina la porta segreta sulla parete della montagna e grazie alla chiave data da Gandalf a Thorin i nani rientrano nel loro atavico regno.

La seconda parte del film si rivela migliore della prima, affastellata e frettolosa, anche e soprattutto nello sviluppo della seconda linea narrativa, parallela all’avventura dei nani, quella del viaggio a Dol Guldur di Gandalf, che aveva abbandonato la compagnia all’ingresso di Bosco Atro. Il viaggio del mago, motivato nel romanzo di Tolkien dall’esigenza di svolgere alcuni «affari pressanti lontano a Sud», non viene raccontato ne Lo Hobbit. L’avventura con il «Negromante», essenziale per lo sviluppo della storia de Il Signore degli Anelli, è invece accennata nell’Appendice B, “Il Calcolo degli Anni”, da cui ha attinto, esplicitando e ampliando, Jackson. Attraverso la magia bianca di Gandalf l’incantesimo di occultamento che vige sull’arcana fortezza è spezzato e truppe di orchi si rivelano allo stregone che si protegge dal loro assalto con il suo bastone magico. A questo punto assistiamo alla scena più bella del film, quella che, in gergo, vale l’intero prezzo del biglietto. Gandalf crea intorno a sé una sfera protettiva di luce e contro di essa si oppone violentemente una nube nera parlante, all’interno della quale si proietta successivamente la sagoma fiammeggiante di Sauron in armatura, per sfociare infine nella tradizionale figura dell’Occhio di fuoco, che ha la meglio su Gandalf.

La raffigurazione di Sauron, triplice come le tre facce di Satana, è senz’altro una delle cose meglio riuscite di questo secondo (o quinto?) capitolo della saga e riscatta ampiamente la menda del terribile occhio-faro con cui egli era stato rappresentato nei tre film de Il Signore degli Anelli. Anche la raffigurazione nel finale del film del drago Smaug, rosso, maestoso e con la pancia che balugina prima di sputare fiamme, non delude affatto. Un po’ meno riuscito è il dialogo tra il drago e Bilbo, il quale (diversamente dal libro) si sfila l’Anello dal dito divenendo visibile al serpente di fuoco che in maniera del tutto illogica non lo uccide. Proprio con il battito delle imponenti ali del drago che, risvegliato e infuriato per la visita dei nani, esce all’aperto dal suo nascondiglio si conchiude la pellicola.

In definitiva il risultato complessivo, nonostante le cadute di stile e certe invenzioni non proprio in linea con la poetica tolkieniana, che lasciano un po’ perplessi, non è negativo e il film risulta godibile e avvincente per il pubblico medio e per alcune sequenze anche molto valido e apprezzabile per i maggiori conoscitori dell’opera tolkieniana. Certo risultano evidenti all’occhio attento alcuni trucchetti del mestiere adoperati per raggiungere l’effetto, come le autocitazioni e i continui rimandi alla precedente trilogia (l’obiettivo di costruire una lunga saga alla Star Wars sembra chiaro), che raggiungono l’esito più alto all’orecchio attraverso il sapiente utilizzo della colonna sonora composta da Howard Shore per Il Signore degli Anelli. Infatti le note celebri (ad esempio il tema dell’Anello o quello di Sauron, oltre al già citato Concerning Hobbits) intervengono nei punti di maggior risalto emozionale, riportando alla memoria degli spettatori alcune scene topiche della Trilogia e raddoppiando così il loro mordente.

Tra i difetti maggiori del film non si può transigere sulle eccessive libertà prese dal regista (e che fanno da contraltare negativo al suo abilissimo fronteggiarsi con le diverse fonti tolkieniane) nei confronti dell’opera dello scrittore inglese e che risultano spesso in contrasto con il suo stile, come la storia d’amore ‘interraziale’ tra Tauriel e Kili (come si concluderà?), o l’esagerazione in stile dark nella raffigurazione di masnade di Orchi onnipresenti, anche dove non c’entrano niente, come nella città di Esgaroth. Tra i pregi, oltre alle affascinanti raffigurazioni di Sauron e Smaug (Jackson eccelle nella rappresentazione dei cattivi!), va annotato positivamente il rilievo dato al personaggio di Bard con la storia della freccia nera e del suo antenato arciere, che prepara alla sfida tra l’uomo e il drago, accrescendo il tono epico del romanzo di Tolkien, che va ricordato nacque come fiaba da raccontare ai propri figli ed è perciò molto distante dall’epos de Il Signore degli Anelli.

La spettacolarizzazione del film riteniamo, infine, rappresenti un punto neutro. Se è proprio nelle grandi scenografie, infatti, che eccelle Jackson e riesce maggiormente a catturare e a emozionare gli spettatori, è anche vero che proprio in ciò risiede il rischio della commercializzazione che inevitabilmente toglie tanta poesia alla squisita arte narrativa di Tolkien, molto meno spettacolare, ma decisamente più profonda e magica.

Fonte: la|resistenza|della|poesia|

The Avengers – un film da vedere di fantascienza

Titolo originale: The Avengers.
Genere: Azione, Fantascienza.
Regia: Joss Whedon.
Sceneggiatura: Joss Whedon.
Paese e anno di produzione: USA 2012.
Trama: In questa nuova avventura, quando la comparsa di un nemico inatteso minaccia la tranquillità e la sicurezza del mondo, Nick Fury, direttore dell’agenzia internazionale per il mantenimento della pace conosciuta come S.H.I.E.L.D., si trova ad aver bisogno di una squadra che salvi il pianeta dal disastro. Inizia così, da un capo all’altro della terra, un audace lavoro di reclutamento che porterà, per la prima volta insieme sul grande schermo, i leggendari supereroi tra cui Iron Man, Thor, Capitan America, l’incredibile Hulk, Occhio di Falco e la bellissima Vedova Nera.

Cast: Robert Downey Jr., Chris Evans, Mark Ruffalo, Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, Jeremy Renner, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgård, Samuel L. Jackson, Clark Gregg, Gwyneth Paltrow, Paul Bettany, Cobie Smulders, Lou Ferrigno.
Casa di produzione: Marvel Studios, Paramount Pictures.
Durata: 140 min.
Data di uscita al cinema: mercoledì 25 aprile 2012

“Qui e là”: film drammatico sulla famiglia e sull’adolescenza

Titolo originale: Aquí Y Allá.
Genere: Drammatico.
Regia: Antonio Méndez Esparza.
Sceneggiatura: Antonio Méndez Esparza.
Paese e anno di produzione: Spagna, Messico, USA 2012.
Trama: Il 12 dicembre sarà nelle sale Qui e là il primo film di Antonio Méndez Esparza. Un film che ci parla della famiglia, dei legami profondi ma anche dello scottante tema, ormai mondiale, dell’immigrazione. Pedro è un operaio immigrato, quindi niente documenti, nella Grande Mela. Decide di tornare a casa dalla sua famiglia, a Guerrero, un villaggio montanaro in Messico. Trova le sue figlie molto cresciute ed anche cambiate, sono ormai quasi delle adolescenti interessate più ai ragazzi che agli studi, ritrova il sorriso di sua moglie con cui s’imbarca in una nuova gravidanza, la band Copa Kings in cui suonava la tastiera, la vita nei campi ed i vecchi discorsi rassicuranti degli abitanti del villaggio che tuttavia sono sempre in pensiero per le tante famiglie ed i tanti parenti emigrati oltre il confine. Pedro si trova fra due realtà diverse quelle di Aquì, dove è cresciuto immaginando e sperando una vita migliore oltre il confine e quella di Allà, a New York, dove era solo uno dei tanti immigrati messicani.

Cast: Pedro De los Santos, Teresa Ramírez Aguirre, Lorena Guadalupe Pantaleón Vázquez, Heidi Laura Solano Espinoza, Néstor Tepetate Medina, Carolina Prado Ángel, Noel Payno Vendíz.
Casa di produzione: Aquí y Allí Films, Torch Films, Copa Films Development.
Durata: 110 min.
Data di uscita al cinema: giovedì 12 dicembre 2013.

“Il capitale umano” – un film drammatico che consigliamo di vedere

Titolo originale: Il capitale umano.
Genere: Drammatico, Thriller.
Regia: Paolo Virzì.
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Bruni, Francesco Piccolo.
Paese e anno di produzione: Italia 2014.
Trama: Il nuovo film di Paolo Virzì, ispirato dal romanzo di Stephen Amidon, tratta della vita di un uomo che sta guardando la vita scivolargli via dalle mani. Una notte, la vigilia di Natale, un ciclista viene investito da un Suv; questo fatto porterà sconvolgimenti e complicazioni in due famiglie già problematiche di loro: quella di Giovanni Bernaschi, un top rider della finanza e quella di Dino Ossola, che è un ambizioso immobiliarista che sta per intraprendere la strada del fallimento. I due protagonisti non si conoscono fra loro ma entrambi hanno alle spalle due famiglie con svariati problemi: figli con cui non c’è dialogo o che hanno seri problemi con l’alcool, relazioni fallite con le mogli, attività mai decollate o che stanno andando in pezzi, sogni infranti, rancori, delusioni. Ora queste due famiglie vengono legate dal destino ed una cercherà di prevalere sull’altra tentando di arricchirsi a causa dell’incidente, purtroppo tutto questo avrà delle tragiche conseguenze e finirà con il coinvolgere anche chi non c’entrava affatto.

Cast: Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giovanni Anzaldo, Matilde Gioli, Guglielmo Pinelli, Gigio Alberti, Bebo Storti, Vincent Nemeth, Pia Engleberth, Nicola Centonze.
Casa di produzione: Indiana Production, Rai Cinema.
Durata: 109 min.
Data di uscita al cinema: giovedì 9 gennaio 2014.

Upside Down: film da vedere sull’amore

Tutti noi siamo ormai abituati alle storie d’amore impossibili, quelle in cui i personaggi in realtà non dovrebbero stare insieme per volere di qualcun altro o per circostanza avverse. E’ il caso di Upside Down, una moderna favola simile a Romeo e Giulietta, impediti nel loro amore dall’appartenenza a due mondi diversi.

Esistono dunque due mondi opposti in Upside Down, nel senso letteralmente tant’è che uno è il cielo dell’altro. Sono due mondi molto diversi, ognuno con la propria gravità, il proprio modo di vivere: il mondo di sotto è disastrato mentre il mondo di sopra è ordinato, perfetto. Il ragazzo protagonista, Adam (Jim Sturgess), vive nel mondo di sotto che un giorno recandosi in visita dalla zia finisce in un luogo proibito dove incontra, a testa in giù, una ragazza del mondo di sopra, Eden (Kirsten Dunst). I due mondi non possono venire a contatto, è vietato, se non per un unico punto ne quale la “TransWorld”, una società del mondo di sopra, che ha creato una colonna che unisce i due pianeti. In ogni caso i contatti non sono possibili perchè le materie dei rispettivi mondi che vengono a contatto con l’altro mondo sono destinate all’autocombustione. Adam però ha fatto un’eccezionale scoperta su qualcos’altro che proviene da entrambi i mondi. Nel frattempo instaura una relazione con Eden ma i due vengono colti sul fatto e costretti a separarsi, Eden cade nel suo mondo battendo la testa ed Adam viene colpito da un proiettile. Anni dopo per caso Adam scopre che Eden è ancora viva. Adam è uno scienziato e riesce a farsi notare dal mondo di sopra grazie alla creazione di un cosmetico di cui solo lui conosce la formulazione. Adam viene così a contatto con un composto che gli permette di stare nel mondo di sopra come uno di loro ma ovviamente per poco perchè c’è sempre il fattore autocombustione. Ebbene Adam sfrutta il composto per rivedere Eden fingendosi un impiegato del mondo di sopra ma lo attende una brutta sorpresa: Eden non si ricorda più nulla.

Una favola tecnologica splendida. Piacevole e originale anche se presenta tutti gli ingredienti della classica storia dell’amore impossibile. Il rischio di passare per una minestra riscaldata era molto forte, visti gli stereotipi e gli archetipi solitamente adoperati in questo tipo di storia; ma Diego Solanas in Upside Down ha puntato molto sull’ambientazione: l’ha resa suggestiva, simbolica, magnetica facendone una buona cornice in cui contestualizzare la storia. La resa dei mondi uno opposto all’altro è perfetta fin nei dettagli, la contrapposizione è minuziosa sia per quanto riguarda lo stile di vita, che per la gravità, che per l’urbanistica dei due mondi. Vediamo dunque come il mondo di sotto sia un paesaggio desolato e decisamente poco moderno, mentre il mondo di sopra è rigoglioso e tecnologicamente avanzato. Il vero collegamento fra i due mondi non consiste esclusivamente nella torre che è stata creata dalla TransWord ma quanto nel fatto che il mondo di sotto produca le materie prime per il mondo di sopra che in cambio vende la propria energia.

Come in Romeo e Giulietta, i due giovani non sono destinati a stare insieme a causa della società del mondo di sopra, che ostacola tutte le relazioni fra gli abitanti dei due mondi per preservare il benessere del proprio pianeta. Ragion per cui chi viola le regole viene conformato agli altri in che modo l’avete intuito. Un film davvero leggero e gradevole che consiglio a tutti. Per caso l’avete già visto? Vi è piaciuto?

Una notte da leoni 3: un film da vedere per divertirsi

Ritorna il quartetto di Una notte da leoni nel terzo film che chiude, si spera, la trilogia. In realtà sto seguendo alcune notizie che riguardano un compleanno da leoni, di nuovo? Non ne hanno terminata una che ne iniziano un’altra? Questa è la classica trilogia che io definisco snervante: il primo ok, del secondo forse non si sentiva il bisogno ma vabbè…ma il terzo?

Comunque in Una notte da leoni 3 si riprendono i temi dei precedenti film: quattro amici, feste, stato confusionale del giorno dopo (per cui non è ancora stata inventata una pillola). Stavolta Phil, Stu, Alan e Doug affrontano tutte le conseguenze delle loro precedenti azioni. S’inizia con l’evasione di Chow e con la decisione del gruppo di aiutare Alan nel mezzo di una crisi, come? Internandolo, ma solo per un po’. Nel tragitto però il gruppetto viene fermato dal criminale Marshall, che ha un affare in sospeso con Chow e che esige “l’aiuto” dei quattro prendendo in ostaggio Doug. Stu, Phil e Alan trovano Chow in Messico e cercando con le “buone” (ovvero drogandolo) di portarlo da Marshall per riavere indietro il loro amico. Il piano fallisce ma Chow capita la situazione decide di aiutarli comunque e li porta nella villa in cui si trova la refurtiva ma alla prima occasione se la fila di nuovo. Riparte la caccia, il trio scopre che Chow ha raggiunto Las Vegas ma una volta lì non ottengono collaborazione di chi ci ha avuto a che fare. Per stanarlo stavolta i tre dovranno ricorrere alle vecchie conoscenze di Alan, ovvero la sua ex moglie escort. Dopo un nuovo rocambolesco inseguimento finalmente il trio riesce a mettere le mani su ciò che voleva Marshall e finalmente si recano al luogo d’incontro, ma come andrà a finire?

Indovinare le scene finali è davvero facilissimo ed io sono del parere che in realtà questo film non concluda un bel niente ma che addirittura potrebbe uscirne un quarto. In ogni caso, Una notte da leoni 3 è rispetto agli altri due il più deludente: poca grinte, poca inventiva, della serie “si raschia il fondo del barile”. Se il primo era buono per via delle idee originali, e dell’iconicità gli altri due film sono un ricalco, un tentativo d’imitazione per concludere qualcosa che poteva benissimo fermarsi al primo capitolo. A parte il fatto che questo film è per lo più concentrato su Alan e Chow quindi in realtà la tematica dello scassato gruppetto è scivolata in secondo piano, è praticamente impossibile guardarlo senza aver visto gli altri perchè i riferimenti sono tanti e spuntano dal nulla. Quindi sceneggiatura bocciata, a parer mio. Qualcuno l’avrà trovato divertente (l’avete trovato divertente?) ma per lo più io l’ho trovato noioso e banale. Se ne poteva decisamente fare a meno. In ogni caso se amate la comicità spiccia con contorno di azione spettacolarizzata, e se naturalmente avete visto ed apprezzato gli altri due, allora ve lo consiglio. Ma se invece l’avete già visto fatemi sapere qual è la vostra opinione in merito ad Una notte da leoni 3.

“La grande bellezza” – un film da vedere di Sorrentino

La Grande Bellezza di Sorrentino è uno di quei film destinati a dividere il pubblico: o ti piace o non ti piace. Ed ha suscitato non poche polemiche e critiche, il perchè lo si evince guardandolo: è un film superficiale, abbastanza banale, ridondante nonché privo di scopo.

Il protagonista de La Grande Bellezza è Jep Gambardella, ex scrittore noto per aver pubblicato un unico libro, naufragato nel giornalismo che si occupa di cronaca mondana e critiche teatrali. Jep non è affatto soddisfatto della sua vita, mirava in realtà a qualcos’altro, ad essere uno scrittore famoso (ma pare che abbia il blocco dello scrittore) e a 65 anni si ritrova a fare i conti con una vita che non lo soddisfa e con il mondo disincantato e privo di sostanza che lo circonda. Ad innescare questo flusso di ragionamenti è l’incontro con il marito di una sua vecchia fiamma, Elisa, che ormai vedovo ha scoperto l’amore che sua moglie nutriva per Jep. Jep decide quindi di rimettersi a scrivere traendo spunto dalla realtà che lo circonda: le modaiole feste romane, gli sboccati personaggi che vi partecipano, lo squallore che regna nei salottini bene in cui si riunisce con i suoi amici. Ogni sera una nuova festa, ovvero una specie di rituale del tutto finto in cui avvengono incontri casuali, siparietti volgari, in cui ognuno vuole apparire, emergere riuscendo soltanto ad ottenere pettegolezzi al vetriolo ed a diventare l’ennesimo personaggio di un miserabile teatrino trash. Jep si guarda intorno per la prima volta scoprendo che non c’è niente sotto la patina dorata, dietro le amicizie con personaggi Dadina la sua caporedattrice o Romano sfruttato dalla sua nuova conquista o Stefania un’inguaribile egocentrica. Tutta la sua vita ruota intorno alla futilità, quello che a Jep manca davvero sono i vecchi tempi, il suo primo amore e le sue speranze. Riuscirà dunque a scrivere il suo nuovo libro raccontando la vita/movida romana per com’è realmente e non come appare?

Devo dire che ho trovato La Grande Bellezza un film con buoni intenti; il fatto di voler raccontare che dietro le apparenze spesso non si nasconde null’altro, che una vita di feste e falsi amici non significa la felicità e che anche a 60 anni suonati ci si può render conto che la vita ha bisogno di una svolta è ammirevole ma non basta. A questo film manca una vera e propria trama, ma sovente anche un filo logico perchè è un’infilata di piccoli eventi che ci svelano il lato più patetico e bizzarro dei personaggi. L’inizio del resto non è affatto promettente con la lunga scena iniziale in cui assistiamo ad una festa di persone che apparentemente si divertono ma che in realtà contribuiscono soltanto a far emergere il degrado culturale che il nostro Paese sta affrontando da tempo.

Inutile dire che di feste il film ne è pieno e che sono tutte a base di volgarità, droga e squallore, tutte uguali ed in tutte Jep si mostra piacente, compiacente, omologato ma appena ne ha la possibilità si rivela quasi disgustato da ciò che lo circonda.

Eppure, ci viene spontaneo chiederci, perchè non da una vera svolta alla sua vita? Perchè in fondo Jep è un uomo pigro interessato più al giudizio degli altri ed alle apparenze esattamente come la gente che lui stesso critica durante una festa.

Nel complesso dunque un film privo di sostanza che potete anche tranquillamente perdervi. Ma se vi è piaciuto allora fatemi sapere perchè!