Recensione libro “Tutto il cielo è splendente”: poesie con testo inglese a fronte

TUTTO IL CIELO È SPLENDENTE

Poesie con testo inglese a fronte

Christina Rossetti, Bastogi, 2016, traduzione di Franca Maria Ferraris, illustrazioni di Maria

Teresa Di Tanna, pagg. 188, euro 12,00

Questa raccolta di poesie riesce a portare la mente del lettore in un mondo astratto, ma contemporaneamente reale. L’autrice Christina Rossetti prende in considerazione diversi argomenti: natura e vita, amore e morte. Ma in particolare mi ha emozionata una sezione denominata “Tra due mondi”, nella quale avviene un dialogo sul quale bisogna riflettere a lungo per comprenderne il significato profondo.

Una caratteristica fondamentale dell’opera é la presenza del testo in lingua originale accanto a quello tradotto. Una raccolta di poesie non è sempre semplice da leggere, ma bisognerebbe trovare un momento da dedicare a questo libro ogni giorno: esso porta a riflessioni e riesce a far “scavare” il lettore nei propri sentimenti.

Lo consiglio vivamente a chiunque desiderasse capire un po’ meglio se stesso attraverso la poesia.

Recensione di Alessandra Alzarello, alunna del Liceo Scientifico “Grassi” di Savona

Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar: recensione del film (genere avventura)

È in tutte le sale cinematografiche l’attesissimo film “Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar”, il quarto della saga del famosissimo pirata interpretato da Johnny Depp.
Il film è scritto da Jeff Nathanson, diretto da Joachim Rønning e Espen Sandberg; le musiche, invece, sono a cura di Geoffrey Paul Zanelli, che ha sostituito Hans Zimmer.
Anche questo, come i precedenti volumi della saga, è caratterizzato da numerose avventure e scene ricchissime di adrenalina, nonché dall’irrefrenabile ed impetuosa ironia del capitano Jack Sparrow.
La trama del film è incentrata sul personaggio del capitano Armando Salazar, pirata morto durante un naufragio nel Triangolo del Diavolo e successivamente tornato sulla Terra nelle vesti di un fantasma che cerca vendetta contro Jack Sparrow, che ritiene responsabile della sua morte. Inizia dunque una lunghissima caccia al pirata interpretato da Johnny Depp, che si ritrova a dover affrontare non solo il nemico assetato di vendetta, ma anche un temibile alleato con il quale Salazar ha stretto un patto: Hector Barbarossa.
Numerosi sono i personaggi che compaiono in questo film, tra cui un’affascinante astronoma le cui idee vengono ampiamente criticate, nonché streghe e personaggi fantastici che arricchiscono la trama grazie ai loro strumenti e poteri magici.

Le differenze del film “La vendetta di Salazar” rispetto agli altri della saga

Nonostante la ricchezza di contenuti e di elementi interessanti, vi è una grave mancanza: i personaggi storici di questa saga, ovvero Elizabeth e Will Turner, appaiono nel film solo nelle vesti di comparse, sgretolando di fatto il trio che meglio ha caratterizzato la trama delle precedenti pellicole; ciò affida l’arduo compito di intrattenere gli spettatori nelle sole mani dello strambo capitano Jack Sparrow, che riesce bene nell’intento ma che non riesce comunque a celare del tutto la quasi totale assenza di personaggi importanti.
Oltretutto, la trama trova una certa affinità con i film precedenti: non vi è un vero e proprio cambio di scena, e non si creano situazioni completamente nuove rispetto al passato, il che induce lo spettatore in una certa monotonia. La poca originalità della trama viene compensata soprattutto grazie all’impetuosa presenza di effetti speciali, che non possono non indurre lo spettatore a esclamare “wow”, e che rendono la visione del film sicuramente gradevole e interessante.
Il ritorno della trama verso una formula vincente, come quella del film “La maledizione della prima Luna” del quale abbiamo una recensione sul portale TV stasera, ha fatto sì che le prime accoglienze del film fossero molto positive. Il film è stato presentato il 28 marzo 2017 al CinemaCon di Las Vegas, a 2 anni dalle riprese che si sono tenute tra febbraio e luglio 2015; il lavoro di post-produzione è risultato molto lungo non solo per via dell’aggiunta di innumerevoli effetti speciali, ma anche per garantire la compatibilità del film con l’innovativo IMAX 3D. Molto probabilmente, verrà girato anche un sesto film appartenente alla saga.

Ormai per la saga dei pirati dei caraibi esiste un pubblico fedele e felice di poter andare al cinema a gustare un nuovo film fresco di cinepresa e sicuramente anche stavolta con questo nuovo episodio della saga siamo certi che si sbancherà il botteghino.  Sparrow e la sua ciurma sono diventati nuovi personaggi amati da adulti e bambini oltre che incredibilmente divertenti: aspettiamo al più presto delle nuove da chi è uscito dalla sala nei commenti!

Pezzi di musica in asta a Roma: fra antiquariato e frammenti di storia

Roma, città famosa per storia, arte e cultura, con il suo continuo viavai di persone è ovviamente un porto di mare per gli appassionati e per i collezionisti di tutto il mondo, che spesso possono trovare tante rarità e pezzi da collezione entro le case d’asta della città, solitamente lussuose e dal nome rinomato.

Un esempio di questo lato affascinante di Roma si potrà avere in data 15 Giugno 2017, dove si potranno reperire pezzi importanti in una delle aste di antiquariato di Roma gestita dalla prestigiosa casa d’aste Minerva auctions.

Abbiamo dato un’occhiata agli oggetti attualmente in corso di attesa per l’asta e abbiamo trovato pezzi importanti anche dal lato musicale, specialmente lirico italiano, con nomi di spicco come quelli di Beniamino Gigli.

Beniamino Gigli (1890 – 1957) è stato un cantante lirico italiano, non spesso si trovano suoi pezzi nelle aste della capitale; Gigli fu il più famoso tenore della sua generazione, arrivando a essere ben noto anche a livello internazionale per la bellezza della sua voce e la solida tecnica vocale. Tale era il talento di Gigli che è stato considerato uno dei migliori tenori della storia della musica.

Grande attenzione meritano anche i pezzi di storia del cinema italiano in vendita durante l’asta come i numerosi articoli su Fellini, Hitchcock, Sophia Loren, Pasolini, foto di attrici del cinema italiano (spesso autografate),

Dal punto di vista storico si riconoscono alcune lettere di Cavour, alcune note direttamente firmate dalla mano di Gabriele D’Annunzio, fotografie firmate sulla Duse, cartoline postali di Prezzolini, ma anche reportage fotografici difficili da trovare ed origiali come quelli sulla guerra Italo-Turca oppure come gli album fotografici sui principi di Savoia. Di grande valore secondo noi è la maschera funeraria di Mazzini, pezzo interessante e molto particolare anche per il grande valore storico e umano del personaggio.

Interessanti poi e dal grande valore sono i pezzi nell’asta riguardanti i libri antichi come ad esempio il codice liturrgico Acqui (San Guido d’Acqui), un breviario pergamenaceo risalente al medioevo, un codice di grande rilievo e testimone della grande tradizione degli scribi, oppure il Jacobus Philippus de Bergamo (pezzo prestigioso del 1497 riguardante la primissima edizione di uno dei libri illustrati più celebri del rinascimento).

Secondo noi visti i tanti nomi e le tante opere d’antiquariato riguardanti il mondo dello spettacolo, del cinema e della musica italiani l’asta potrebbe essere una tappa interessante da fare a Roma se interessati  incuriositi per un qualche pezzo in vendita il 14 Giugno.

Il blues del Boogie-woogie e la musica delle bande di strada negli anni 30′ e 40′

Il Boogie-woogie fu un altro stile mmusicale importante degli anni ’30 e degli anni ’40 e nella storia del blues urbano; mentre lo stile è spesso associato al piano solista, il boogie-woogie è stato utilizzato anche per accompagnare cantanti e, come parte solista, in bande e piccole combinazioni di stili e artisti.
Lo stile di musica blues Boogie-Woogie è caratterizzato da una figura di bassi regolari, un ostinato o un riff e spostamenti di livello nella mano sinistra, elaborando ogni corda e trilli e decorazioni nella mano destra.
Lo stile musicale del Boogie-woogie è stato il pioniere del Chicago-based Jimmy Yancey e del Boogie-Woogie Trio (Albert Ammons, Pete Johnson e Meade Lux Lewis); gli artisti che suonavano il boogie-woogie a Chicago sono stati nomi come Clarence “Pine Top” Smith e Earl Hines, che “hanno collegato i ritmi propulsivi di sinistra dei pianisti di ragtime con figure melodiche simili a quelle della tromba di Armstrong. Lo stile liscio della Louisiana del professor Longhair invece mescola il ritmo classico ed il blues con gli stili blues.

Un altro sviluppo in questo periodo contemporaneo alla musica del blues Boogie-Woogie è stato il blues creato dalle “bande del territorio” che operavano a Kansas City, come l’orchestra di Bennie Moten, Jay McShann e l’Orchestra di Count Basie dove gli artisti si concentrarono attentamente anche sul blues, mettendo su canzoni come “Going to Chicago” e “Sent for You Yesterday”. Una nota canzone derivante da una grande banda blues dello stesso periodo è “In the Mood” di Glenn Miller; negli anni ’40 lo stile blues si sviluppò ancora una volta grazie all’onda del boogie woogie ed è stato fortemente influenzato dalla musica delle bande blues di strada, introducendo l’uso del sassofono o di altri strumenti in ottone come la chitarra nella sezione ritmica creando un suono jazzy, in tempo reale col vocal declamatory. Con il Jump blues di Louis Jordan e di Big Joe Turner, con sede a Kansas City, Missouri, fu possibile influenzare lo sviluppo di stili successivi come il rock and roll ed il ritmo tipico del blues.

La musica classica contemporanea ed i suoi esponenti principali

La musica classica contemporanea: una storia intrigante che inizia dopo la prima guerra mondiale e arriva sino a oggi.

All’inizio del XX secolo i compositori della musica classica sperimentavano una lingua sempre più dissonante, che talvolta produsse pezzi atonici. Dopo la prima guerra mondiale, come contrappunto a ciò che vedevano come i gesti sempre più esagerati e la formlessità del tardo romanticismo, alcuni compositori hanno adottato uno stile neoclassico che ha cercato di riconquistare le forme equilibrate ei processi tematici chiaramente percettibili di stili precedenti (Anche la nuova obiettività e il realismo sociale). Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i compositori modernisti cercavano di ottenere maggiori livelli di controllo nel loro processo di composizione (ad esempio, mediante l’uso della tecnica a dodici toni e successivamente del serialismo totale). Contemporaneamente, i compositori sperimentavano anche mezzi di abdicazione del controllo, esplorando indeterminate o processi aleatorici in gradi più piccoli o più grandi. I progressi tecnologici hanno portato alla nascita della musica elettronica e la sperimentazione con i nastri a nastro e le texture ripetitive hanno contribuito all’avvento del minimalismo.
Ancora altri compositori hanno iniziato a esplorare il potenziale teatrale della performance musicale (performance art, mixed media, fluxus).

In una certa misura, le tradizioni europee e statunitensi si sono unite in senso musicale dopo la seconda guerra mondiale. Tra i più influenti compositori europei furono Pierre Boulez, Luigi Nono e Karlheinz Stockhausen. Il primo e l’ultimo erano entrambi allievi di Olivier Messiaen. Una importante filosofia estetica così come un gruppo di tecniche compositive in questo momento era il serialismo (chiamato anche “musica ordinata”, “musica totale” o “ordinamento totale dei toni”), che ha preso come punto di partenza le composizioni di Arnold Schoenberg e Anton Webern (ma si oppone alla musica tradizionale a dodici toni). Alcuni compositori più tradizionalmente stabili come Dmitri Shostakovich e Benjamin Britten hanno mantenuto uno stile musicale tonale di composizione nonostante il movimento prominente del serialismo.

In America i compositori come Milton Babbitt, John Cage, Elliott Carter, Henry Cowell, Philip Glass, Steve Reich, George Rochberg e Roger Sessions hanno formato le proprie idee con grande fervore. Alcuni di questi compositori (Cage, Cowell, Glass, Reich) rappresentavano una nuova metodologia di musica sperimentale che cominciava a mettere in discussione le nozioni fondamentali della musica come la notazione, la performance, la durata e la ripetizione.

The circle (film da vedere nel 2017) – recensione e opinione

Andare al cinema

Considerazioni a margine del film: The circle

Savona. Approfittando della promozione “Cinema2day” che consente di andare al cinema il secondo mercoledì del mese pagando solo 2 euro, ho deciso ieri di trascorrervi la mia serata. Confesso che non sono una grande appassionata di cinema, se si escludono i film storici, e che non
metto piede in una sala da anni. La scelta della pellicola è stata orientata da ciò che era possibile alle ore 20 (due chance) e, quindi, ho privilegiato un soggetto, The circle, che, se non fossi stata spinta dalla casualità, non avrei mai scelto.
L’alto volume delle musiche e del parlato, lo schermo grande a cui non ero più abituata, la grafica colorata e moderna che fa apparire in primo piano i messaggi dei social, mi hanno fatto penetrare nella vicenda. Appassionante.
Il racconto è tratto da un romanzo distopico (contrario di utopia che descrive, cioè, una società indesiderabile sotto tutti i punti di vista, spesso ambientata in un futuro prossimo, nella quale le tendenze sociali sono portate a estremi apocalittici) di Dave Eggers che non avevo mai letto.
Forse, il film non è quello che i critici si aspettavano (ho letto pareri negativi), eppure sollecita fortemente delle riflessioni alle quali, se si è onesti, non si può sfuggire.
La società tecnologica, i social, le telecamere sempre più piccole e quasi invisibili, tolgono la privacy alle persone, le fanno vivere ogni momento su un palco virtuale con milioni di followers (se escludiamo tre minuti per andare in bagno).
Sembra, appunto, uno scenario apocalittico.
Eppure, questo “controllo” porterebbe a eliminare stupri, violenze, terrorismo, pedofilia… Tutti, essendo super osservati, sarebbero fermati prima di delinquere. La protagonista stessa viene salvata, mentre sta per annegare nella baia, da una telecamerina che la riprende.
Oggi, viviamo in un mondo davvero orribile. Escludendo le guerre e le calamità naturali che distruggono l’umanità, avvengono molti altri fatti atroci.
Ad esempio, dal 2006 al 2016, le donne uccise in Italia sono state 1.740, di solito per mano di un ex compagno, fidanzato o marito. Non parliamo, poi, degli attentati terroristici che falciano vittime del tutto innocenti e casuali…
Forse, a qualcuno, giustamente, darebbe fastidio essere “sorvegliato”, ma se ciò potesse servire a salvare altre vite umane, se potesse fermare il dolore delle famiglie di chi viene stuprato, torturato, ucciso, non ne varrebbe la pena?
La protagonista afferma, tra l’altro, che se sappiamo di essere visti ci comportiamo meglio, e questa è una verità innegabile.
Il Profeta Maometto diceva molto tempo fa che una metà della popolazione deve essere soggetta alle leggi per comportarsi rettamente, mentre solo una piccola parte persegue il bene comunque.
Ragionare su questi fatti, che già stanno avvenendo (senza che ne abbiamo il governo), non può farci male.
Fermo restando che, persino nel film, i “padroni” di The Circle, che vantavano tanto l’utilità della trasparenza, mantenevano se stessi e le loro attività nella privacy più stretta!

Renata Rusca Zargar

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La Rivoluzione d’Ottobre al cinema con i film di Dziga Vertov (cinema sovietico)

Gli anni che seguono la Rivoluzione d’Ottobre sono caratterizzati da un clima diffuso di sperimentazione. Gli artisti cercano un approccio creativo al nuovo mezzo che sia in sintonia con . le mutate condizioni politiche e sociali. Tra questi, Dziga Vertov teorizza e mette in pratica una ricerca che ha come presupposto il rifiuto del cinema spettacolare di finzione, considerato strumento di potere e di oppressione. La sua macchina da presa è «un occhio più perfetto di quello umano», che esplora la realtà, coglie la vita nella sua immediatezza. Al montaggio spetta il compito fondamentale di strutturare e organizzare il materiale. L’uomo con la macchina da presa è un film manifesto, e un film sul cinema, che descrive la frenetica giornata di un cineoperatore a caccia di immagini. Il film è un susseguirsi di invenzioni visive, e mostra alternativamente sia ciò che la macchina da presa riprende sia l’operatore nel momento in cui sta filmando.

É nella sequenza di apertura di Ottobre che alcuni rivoluzionari si preparano a distruggere la statua di Alessandro III, imperatore di Russia. Un’immagine fortemente simbolica che apre una pellicola il cui intento è di celebrare il decimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre.

Realizzato con grandi mezzi, il film è caratterizzato dalla composizione ricca e meticolosa di ogni singola inquadratura, un ritmo serrato, una fotografia molto contrastata, angolazioni parti-colari di ripresa, i frequenti e intensi primi piani contrapposti alle scene corali.

Fimografia:

  • La settimana cinematografica (Кинонеделя) – diretto con Michail Kol’cov, Nikolaj Tichonov ed Evgenij Šneider (43 edizioni, 19181919)
  • Il piroscafo per la propaganda didattico-letteraria “Stella Rossa” (Literaturno-instruktorskij agitparochod vcik “Krasnaja Zvezda”) (documentario, 1919)
  • L’anniversario della rivoluzione (Годовщина революции) – diretto con Aleksej Savalev (1919)
  • Il cervello della Russia sovietica (Mozg Sovetskoj Rossij) (1919)
  • Il processo Mironov (Process Mironova) (1919)
  • Storia della guerra civile (История гражданской войны) (1922)
  • Kinopravda (Киноправда) (23 edizioni, 19221925)
  • Il 1º maggio a Mosca (Pervoe Maja v Moskve) (1923)
  • Evviva l’aria! (Daeš vozduch!) (documentario, 1923)
  • Calendario cinematografico di stato (Госкинокалендарь) (53 edizioni, 19231924)
  • Il cineocchio (Кино-глаз) (1924)
  • La sesta parte del mondo (Шестая часть мира) (1926)
  • Avanti, Soviet! (Šagaj, sovet!) (1926)
  • L’undicesimo (Одиннадцатый) (1928)
  • L’uomo con la macchina da presa (Человек с киноаппаратом) (1929)
  • Sinfonia del Donbassa/Entusiasmo (Энтузиазм) (1930)
  • Tre canti su Lenin (Три песни о Ленине) (1934)
  • S’erge Ordjonokidze (Памяти Серго Орджоникидзе) (1937)
  • Ninnananna (Колыбельная) (1937)
  • Tre eroine (Три героини) (1938)
  • Le novità del giorno (Новости дня) (1954)

David Wark Griffith e l’esplorazione cinematografica nei suoi film

Il crescente successo di pubblico e lo sviluppo industriale dei cinema vedono i film di stampo documentaristico lasciar sempre più spazio al cinema di finzione, dove sono previste la messa in scena e strutture narrative sempre più articolate… Benché, soprattutto negli Stati Uniti (e quindi a Hollywood, dove si erano stabilite le principali case di produzione), il cinema si espande su basi industriali e su una rigida organizzazione del lavoro, nel primo decennio del secolo incomincia a delinearsi il ruolo centrale del regista come responsabile delle riprese e, più in generale, dell’intera pellicola.

Al regista David Wark Griffith va il merito di aver utilizzato nel loro insieme e in modo sistematico le risorse espressive e spettacolari del linguaggio cinematografico esplora-te da chi lo aveva preceduto. Con Intolerance, kolossal ambientato in quattro diverse epoche storiche, Griffith intende il cinema come grande spettacolo: ingenti mezzi, imponenti scenografie, eventi storici mescolati a vicende individuali. … Griffith grazie al montaggio è in grado di costruire narrazioni complesse e articolate, che si muovono tra spazi e tempi diversi.

Louis e Auguste Lumière e la nascita del cinema: curiosità interessanti

La nascita del cinema non è il frutto di una singola invenzione, ma il risultato di un lungo percorso strettamente legato allo sviluppo tecnico-scientiiîco e ai mutamenti sociali e culturali che caratterizzano il XIX secolo.

Il cinema -come il telefono e l’automobile «è nato alla fine dell’Ottocento: a partire dalla nascita della fotografia si giunge gradualmente all’irwenzione di apparecchi che permettono la ripresa e la proiezione di immagini fotografiche in movimento. Un fenomeno internazionale in cui decine di sperimentatori, tecnici, inventori contribuiscono alla creazione di un mezzo destinato a influire profondamente sulla società, la cultura; l’immaginario e sulle altre arti. La possibiiità di riprodurre la realtà si rivela una meravigliosa invenzione, che desta immediatamente molto interesse, e non» soltanto per le potenzialità di sfruttamento commerciale Il cinema darà origine infatti a una grande industria ma anche al linguaggio artistico e alla forma di spettacolo più significativa del Novecento.

Nel Dicembre del 1895, a Parigi, hanno inizio le proiezioni pubbliche a pagamento di alcuni brevi iîlm dei fratelli Louis e Auguste Lumière: una data simbolica, alla quale si attribuisce convenzionalmente la nascita dello spettacolo cinematograiico. Il programma è costituito da una decina di pellicole della durata di poco più di un minuto. Fatti di attualità, scene famigliari, piccoli sketch comici che ottengono un inaspettato successo. I Lumière avevano brevettato il cme’matogmphe (un dispositivo che sintetizzava molte delle precedenti invenzioni), grazie al quale era possibile riprodurre fedelmente e senza artifici momenti della vita, con una straordinaria impressione di realtà (nonostante l’assenza di suono e di colore). Il pubblico può vedersi riflesso e, allo stesso tempo, percepire una realtà in qualche modo “accentuata”, poiché la scelta della posizione della macchina da presa ne determina una precisa rappresentazione. Celebre è il caso del film L’arrivo di un treno alla stazione: una sola inquadratura fissa in cui, grazie all’angolazione di ripresa, il treno sembra avanzare minacciosamente. La leggenda vuole che alcuni spettatori siano fuggiti dalla sala, temendo che il treno potesse travolgerli.

L’altro padre del cinema è Georges Méliès, uomo di teatro, prestigiatore e illusionista. Il suo approccio al nuovo mezzo è per certi aspetti opposto a quello dei Lumière. I suoi film, tra cui il celebre Viaggio sulla luna, esplorano le possibilità del cinema in termini di invenzione e di creazione di uno spettacolo di iînzione. La macchina da presa non riproduce la realtà, ma un mondo fantastico costruito sapientemente nel teatro di posa… Méliès intuisce che il suo bagaglio di trucchi e di magie può trovare nel cinema nuove possibilità di sviluppo. Questo film si presenta come un racconto per immagini, strutturato per quadri, dove il lavoro di costruzione scenografica è minuzioso, i costumi sono ricchi e bizzarri, come nella scena iniziale in cui gli scienziati si apprestano a osservare la luna coni loro telescopi.

I trucchi di Méliès, come quello dell’arrivo della navicella sulla luna, sono geniali e ironiche invenzioni di grande presa sul pubblico.

I film di Lumière e Méliès hanno, dal punto di vista del linguaggio, caratteristiche comuni: sono realizzati con un’inquadratura fissa e frontale, dove sono presenti tutti i personaggi dell’azione, non ci sono movimenti di macchina, né effetti di montaggio, ma solo (nel caso di Méliès) passaggi da una scena all’altra. A Edwin Stratton Porter, e al suo film “La grande rapina al treno” si attribuisce il merito di aver strutturato in maniera più articolata la narrazione cinematografica. In questo, che è trai primi western della storia del cinema, la macchina segue in parte i movimenti dei personaggi, e si fa un uso del dettaglio e dei piani ravvicinati degli attori. Il fotogramma in cui il bandito spara frontalmente è uno dei primi casi in cui la distanza tra l’attore e la macchina da presa viene drasticamente ridotta: per gli spettatori, abituati a vedere gli attori sullo schermo come li vedevano a teatro, ovvero a iigura intera, questo poteva rappresentare uno shock.

Lo Hobbit, La desolazione di Smaug: il film drammatico di Peter Jackson

Nel secondo film della trilogia Lo Hobbit, La desolazione di Smaug (USA-Nuova Zelanda 2013; 161’), Peter Jackson sembra voler ergersi da semplice regista a vero e proprio demiurgo del mondo tolkieniano, tentando di rivaleggiare con lo scrittore inglese quanto a invenzioni, non sempre, però, con risultati di pari livello.

Il film comincia con un flashback (tecnica utilizzata anche ne Il ritorno del Re, che si apriva con la sequenza del giovane Smeagol-Gollum che trova l’Anello) in cui viene rappresentato l’incontro tra il mago Gandalf e il nano Thorin a Brea, avvenuto qualche settimana prima della partenza dalla Contea di Bilbo assieme alla compagnia dei nani: l’evento, non presente nel romanzo, è tratto da uno dei Racconti incompiuti di Tolkien pubblicati postumi, “La cerca di Erebor”. Viene confermato così in questo film il metodo compositivo su cui si fonda la trasposizione cinematografica di Jackson: la commistione del romanzo con altre fonti tolkieniane (principalmente le Appendici al Signore degli Anelli, “Il Popolo di Durin” e “Il calcolo degli anni”, oltre alla sopracitata “Cerca di Erebor”) con l’obiettivo di ricreare un prequel ampio e quanto più possibile coerente alla trilogia de Il Signore degli Anelli, piuttosto che di realizzare una fedele trasposizione del breve romanzo del 1937.

Il celebre tema degli hobbit di Howard Shore (Concerning Hobbits) ci introduce nell’azione vera e propria nello stesso punto dove si era interrotta nel primo film, sulla collina di Carrok. Inutile esprimere il disappunto che coglie tutti i lettori del libro nel vedere come sia stato rimaneggiato l’episodio inerente al mutapelle Beorn. La sosta nella casa dell’uomo-orso, che nel libro occupa un intero capitolo, è qui liquidata in poche scene. Anche la figura umana del mutapelle non ci piace per niente: a metà tra un Australopithecus e un gorilla spelacchiato, Beorn perde tutto il fascino eroico con cui è invece descritto da Tolkien.

Altro trattamento frettoloso è riservato alla traversata del Bosco Atro lungo la via silvana da parte della compagnia ormai privata della guida dello stregone. L’avventura con i ragni giganti e il ruolo risolutivo di Bilbo nel salvare i nani con l’aiuto dell’Anello, il quale indossato dona una momentanea invisibilità, non hanno il giusto rilievo, mentre ciò rappresenta uno dei momenti cruciali del romanzo in cui si esprime l’evoluzione di Bilbo, da sbadato e inutile peso per i nani a coraggioso e scaltro eroe, momento di passaggio sottolineato anche dal battesimo del suo pugnale col nome Pungolo.

Nell’incontro con gli elfi del Bosco Atro nulla rimane del favolismo presente nel libro. L’immagine degli elfi festaioli è sorpassata, in stretta concordanza con la direttiva della coerenza con la Trilogia, da quella più tipica degli elfi de Il Signore degli Anelli, rappresentati ovvero come figure cupe e misteriose. In maniera speculare a quanto avviene a Lorien ne La Compagnia dell’Anello, essi catturano di sorpresa la compagnia di intrusi nel loro reame. Fa a questo punto la sua apparizione Legolas, visione che fa storcere il naso a chi pretenderebbe dal regista neozelandese una fedele trasposizione del libro. Il principe elfico, infatti, non compare mai ne Lo Hobbit di Tolkien, essendo un’invenzione posteriore da collocare durante la scrittura de Il Signore degli Anelli. Tuttavia, per chi approva il metodo compositivo jacksoniano, l’intromissione di Legolas appare quanto mai naturale e ovvia. Egli è, infatti, il figlio del Re degli Elfi Silvani, Thranduil, nel cui castello sono imprigionati i nani. Bilbo tramite l’Anello che lo rende invisibile riesce a eludere la cattura ed è nuovamente a lui derogato il compito di trarre d’impaccio i suoi compagni.

L’episodio della fuga dal Palazzo del re attraverso le botti di vino non è reso male, quello che segue dopo sì. Lungo il fiume che porta al di fuori di Bosco Atro e nel quale i nani navigano dentro le botti compare la baraonda di orchi di Azog che inseguono senza sosta Thorin. La sequenza dell’inseguimento lungo il fiume presenta delle grosse cadute di stile. Con una maniera che non sappiamo se definire più grottesca o disneyana si avvicendano le immagini ora del nano Bombur che con la sua botte rimbalza ridicolamente sopra le teste degli orchi, facendone fuori una dozzina, ora, secondo l’insopportabile topos caro a Jackson di Legolas campione sportivo (e qui notiamo una certa ostentazione da parte del regista nell’autocitarsi), dell’elfo che fa windsurf sulle teste di due orchi nel fiume (ne Le due Torri aveva trasformato un’asta di legno in uno skateboard). Perché ovviamente Legolas non compare solo di passaggio, come sarebbe stato più sensato, ma svolge (trovata commerciale per le fans di Orlando Bloom?) un ruolo importante per tutto il film. Ma non si esaurisce qui l’estro creativo di Peter Jackson, il quale partorisce per questo capitolo del suo Hobbit anche un personaggio tutto nuovo: l’elfa Tauriel, che tiene alta la bandiera del sesso femminile in un epos, quello tolkieniano, prevalentemente (e, oserei dire, naturalmente) a predominanza maschile. Se la sua invenzione può definirsi da questo punto di vista legittima, molto meno lo è la sua inclinazione per il giovane nano Kili, che siamo certi avrebbe fatto inorridire Tolkien e rappresenta una evidente stonatura con la sua opera.

Ben fatta la rappresentazione di Esgaroth (il forte di Jackson, bisogna ammetterlo, è proprio la scenografia) e da un certo punto di vista intelligente è anche il risalto dato a Bard, personaggio che svolge un ruolo decisivo soprattutto nell’ultima parte della storia. L’uomo trasporta su una chiatta i nani introducendoli di nascosto a Esgaroth, la città sul Lago Lungo, un tempo importante meta di commercio per i nani di Erebor. Dopo essere usciti allo scoperto i nani vengono accolti con clamore dalla cittadinanza per via dell’antica profezia che promette tempi fecondi di ricchezza qualora tornasse a regnare il Re sotto la Montagna. Finalmente il viaggio dei nani giunge alla meta e alle sorgenti del fiume Thorin e i suoi possono contemplare Erebor, la Montagna Solitaria, antica dimora spodestata dal drago. Ai piedi del monte una città in rovine: è questa la desolazione di Smaug che dà il titolo al film. La luce lunare del «dì di Durin» illumina la porta segreta sulla parete della montagna e grazie alla chiave data da Gandalf a Thorin i nani rientrano nel loro atavico regno.

La seconda parte del film si rivela migliore della prima, affastellata e frettolosa, anche e soprattutto nello sviluppo della seconda linea narrativa, parallela all’avventura dei nani, quella del viaggio a Dol Guldur di Gandalf, che aveva abbandonato la compagnia all’ingresso di Bosco Atro. Il viaggio del mago, motivato nel romanzo di Tolkien dall’esigenza di svolgere alcuni «affari pressanti lontano a Sud», non viene raccontato ne Lo Hobbit. L’avventura con il «Negromante», essenziale per lo sviluppo della storia de Il Signore degli Anelli, è invece accennata nell’Appendice B, “Il Calcolo degli Anni”, da cui ha attinto, esplicitando e ampliando, Jackson. Attraverso la magia bianca di Gandalf l’incantesimo di occultamento che vige sull’arcana fortezza è spezzato e truppe di orchi si rivelano allo stregone che si protegge dal loro assalto con il suo bastone magico. A questo punto assistiamo alla scena più bella del film, quella che, in gergo, vale l’intero prezzo del biglietto. Gandalf crea intorno a sé una sfera protettiva di luce e contro di essa si oppone violentemente una nube nera parlante, all’interno della quale si proietta successivamente la sagoma fiammeggiante di Sauron in armatura, per sfociare infine nella tradizionale figura dell’Occhio di fuoco, che ha la meglio su Gandalf.

La raffigurazione di Sauron, triplice come le tre facce di Satana, è senz’altro una delle cose meglio riuscite di questo secondo (o quinto?) capitolo della saga e riscatta ampiamente la menda del terribile occhio-faro con cui egli era stato rappresentato nei tre film de Il Signore degli Anelli. Anche la raffigurazione nel finale del film del drago Smaug, rosso, maestoso e con la pancia che balugina prima di sputare fiamme, non delude affatto. Un po’ meno riuscito è il dialogo tra il drago e Bilbo, il quale (diversamente dal libro) si sfila l’Anello dal dito divenendo visibile al serpente di fuoco che in maniera del tutto illogica non lo uccide. Proprio con il battito delle imponenti ali del drago che, risvegliato e infuriato per la visita dei nani, esce all’aperto dal suo nascondiglio si conchiude la pellicola.

In definitiva il risultato complessivo, nonostante le cadute di stile e certe invenzioni non proprio in linea con la poetica tolkieniana, che lasciano un po’ perplessi, non è negativo e il film risulta godibile e avvincente per il pubblico medio e per alcune sequenze anche molto valido e apprezzabile per i maggiori conoscitori dell’opera tolkieniana. Certo risultano evidenti all’occhio attento alcuni trucchetti del mestiere adoperati per raggiungere l’effetto, come le autocitazioni e i continui rimandi alla precedente trilogia (l’obiettivo di costruire una lunga saga alla Star Wars sembra chiaro), che raggiungono l’esito più alto all’orecchio attraverso il sapiente utilizzo della colonna sonora composta da Howard Shore per Il Signore degli Anelli. Infatti le note celebri (ad esempio il tema dell’Anello o quello di Sauron, oltre al già citato Concerning Hobbits) intervengono nei punti di maggior risalto emozionale, riportando alla memoria degli spettatori alcune scene topiche della Trilogia e raddoppiando così il loro mordente.

Tra i difetti maggiori del film non si può transigere sulle eccessive libertà prese dal regista (e che fanno da contraltare negativo al suo abilissimo fronteggiarsi con le diverse fonti tolkieniane) nei confronti dell’opera dello scrittore inglese e che risultano spesso in contrasto con il suo stile, come la storia d’amore ‘interraziale’ tra Tauriel e Kili (come si concluderà?), o l’esagerazione in stile dark nella raffigurazione di masnade di Orchi onnipresenti, anche dove non c’entrano niente, come nella città di Esgaroth. Tra i pregi, oltre alle affascinanti raffigurazioni di Sauron e Smaug (Jackson eccelle nella rappresentazione dei cattivi!), va annotato positivamente il rilievo dato al personaggio di Bard con la storia della freccia nera e del suo antenato arciere, che prepara alla sfida tra l’uomo e il drago, accrescendo il tono epico del romanzo di Tolkien, che va ricordato nacque come fiaba da raccontare ai propri figli ed è perciò molto distante dall’epos de Il Signore degli Anelli.

La spettacolarizzazione del film riteniamo, infine, rappresenti un punto neutro. Se è proprio nelle grandi scenografie, infatti, che eccelle Jackson e riesce maggiormente a catturare e a emozionare gli spettatori, è anche vero che proprio in ciò risiede il rischio della commercializzazione che inevitabilmente toglie tanta poesia alla squisita arte narrativa di Tolkien, molto meno spettacolare, ma decisamente più profonda e magica.

Fonte: la|resistenza|della|poesia|