Lo Hobbit, La desolazione di Smaug: il film drammatico di Peter Jackson

Nel secondo film della trilogia Lo Hobbit, La desolazione di Smaug (USA-Nuova Zelanda 2013; 161’), Peter Jackson sembra voler ergersi da semplice regista a vero e proprio demiurgo del mondo tolkieniano, tentando di rivaleggiare con lo scrittore inglese quanto a invenzioni, non sempre, però, con risultati di pari livello.

Il film comincia con un flashback (tecnica utilizzata anche ne Il ritorno del Re, che si apriva con la sequenza del giovane Smeagol-Gollum che trova l’Anello) in cui viene rappresentato l’incontro tra il mago Gandalf e il nano Thorin a Brea, avvenuto qualche settimana prima della partenza dalla Contea di Bilbo assieme alla compagnia dei nani: l’evento, non presente nel romanzo, è tratto da uno dei Racconti incompiuti di Tolkien pubblicati postumi, “La cerca di Erebor”. Viene confermato così in questo film il metodo compositivo su cui si fonda la trasposizione cinematografica di Jackson: la commistione del romanzo con altre fonti tolkieniane (principalmente le Appendici al Signore degli Anelli, “Il Popolo di Durin” e “Il calcolo degli anni”, oltre alla sopracitata “Cerca di Erebor”) con l’obiettivo di ricreare un prequel ampio e quanto più possibile coerente alla trilogia de Il Signore degli Anelli, piuttosto che di realizzare una fedele trasposizione del breve romanzo del 1937.

Il celebre tema degli hobbit di Howard Shore (Concerning Hobbits) ci introduce nell’azione vera e propria nello stesso punto dove si era interrotta nel primo film, sulla collina di Carrok. Inutile esprimere il disappunto che coglie tutti i lettori del libro nel vedere come sia stato rimaneggiato l’episodio inerente al mutapelle Beorn. La sosta nella casa dell’uomo-orso, che nel libro occupa un intero capitolo, è qui liquidata in poche scene. Anche la figura umana del mutapelle non ci piace per niente: a metà tra un Australopithecus e un gorilla spelacchiato, Beorn perde tutto il fascino eroico con cui è invece descritto da Tolkien.

Altro trattamento frettoloso è riservato alla traversata del Bosco Atro lungo la via silvana da parte della compagnia ormai privata della guida dello stregone. L’avventura con i ragni giganti e il ruolo risolutivo di Bilbo nel salvare i nani con l’aiuto dell’Anello, il quale indossato dona una momentanea invisibilità, non hanno il giusto rilievo, mentre ciò rappresenta uno dei momenti cruciali del romanzo in cui si esprime l’evoluzione di Bilbo, da sbadato e inutile peso per i nani a coraggioso e scaltro eroe, momento di passaggio sottolineato anche dal battesimo del suo pugnale col nome Pungolo.

Nell’incontro con gli elfi del Bosco Atro nulla rimane del favolismo presente nel libro. L’immagine degli elfi festaioli è sorpassata, in stretta concordanza con la direttiva della coerenza con la Trilogia, da quella più tipica degli elfi de Il Signore degli Anelli, rappresentati ovvero come figure cupe e misteriose. In maniera speculare a quanto avviene a Lorien ne La Compagnia dell’Anello, essi catturano di sorpresa la compagnia di intrusi nel loro reame. Fa a questo punto la sua apparizione Legolas, visione che fa storcere il naso a chi pretenderebbe dal regista neozelandese una fedele trasposizione del libro. Il principe elfico, infatti, non compare mai ne Lo Hobbit di Tolkien, essendo un’invenzione posteriore da collocare durante la scrittura de Il Signore degli Anelli. Tuttavia, per chi approva il metodo compositivo jacksoniano, l’intromissione di Legolas appare quanto mai naturale e ovvia. Egli è, infatti, il figlio del Re degli Elfi Silvani, Thranduil, nel cui castello sono imprigionati i nani. Bilbo tramite l’Anello che lo rende invisibile riesce a eludere la cattura ed è nuovamente a lui derogato il compito di trarre d’impaccio i suoi compagni.

L’episodio della fuga dal Palazzo del re attraverso le botti di vino non è reso male, quello che segue dopo sì. Lungo il fiume che porta al di fuori di Bosco Atro e nel quale i nani navigano dentro le botti compare la baraonda di orchi di Azog che inseguono senza sosta Thorin. La sequenza dell’inseguimento lungo il fiume presenta delle grosse cadute di stile. Con una maniera che non sappiamo se definire più grottesca o disneyana si avvicendano le immagini ora del nano Bombur che con la sua botte rimbalza ridicolamente sopra le teste degli orchi, facendone fuori una dozzina, ora, secondo l’insopportabile topos caro a Jackson di Legolas campione sportivo (e qui notiamo una certa ostentazione da parte del regista nell’autocitarsi), dell’elfo che fa windsurf sulle teste di due orchi nel fiume (ne Le due Torri aveva trasformato un’asta di legno in uno skateboard). Perché ovviamente Legolas non compare solo di passaggio, come sarebbe stato più sensato, ma svolge (trovata commerciale per le fans di Orlando Bloom?) un ruolo importante per tutto il film. Ma non si esaurisce qui l’estro creativo di Peter Jackson, il quale partorisce per questo capitolo del suo Hobbit anche un personaggio tutto nuovo: l’elfa Tauriel, che tiene alta la bandiera del sesso femminile in un epos, quello tolkieniano, prevalentemente (e, oserei dire, naturalmente) a predominanza maschile. Se la sua invenzione può definirsi da questo punto di vista legittima, molto meno lo è la sua inclinazione per il giovane nano Kili, che siamo certi avrebbe fatto inorridire Tolkien e rappresenta una evidente stonatura con la sua opera.

Ben fatta la rappresentazione di Esgaroth (il forte di Jackson, bisogna ammetterlo, è proprio la scenografia) e da un certo punto di vista intelligente è anche il risalto dato a Bard, personaggio che svolge un ruolo decisivo soprattutto nell’ultima parte della storia. L’uomo trasporta su una chiatta i nani introducendoli di nascosto a Esgaroth, la città sul Lago Lungo, un tempo importante meta di commercio per i nani di Erebor. Dopo essere usciti allo scoperto i nani vengono accolti con clamore dalla cittadinanza per via dell’antica profezia che promette tempi fecondi di ricchezza qualora tornasse a regnare il Re sotto la Montagna. Finalmente il viaggio dei nani giunge alla meta e alle sorgenti del fiume Thorin e i suoi possono contemplare Erebor, la Montagna Solitaria, antica dimora spodestata dal drago. Ai piedi del monte una città in rovine: è questa la desolazione di Smaug che dà il titolo al film. La luce lunare del «dì di Durin» illumina la porta segreta sulla parete della montagna e grazie alla chiave data da Gandalf a Thorin i nani rientrano nel loro atavico regno.

La seconda parte del film si rivela migliore della prima, affastellata e frettolosa, anche e soprattutto nello sviluppo della seconda linea narrativa, parallela all’avventura dei nani, quella del viaggio a Dol Guldur di Gandalf, che aveva abbandonato la compagnia all’ingresso di Bosco Atro. Il viaggio del mago, motivato nel romanzo di Tolkien dall’esigenza di svolgere alcuni «affari pressanti lontano a Sud», non viene raccontato ne Lo Hobbit. L’avventura con il «Negromante», essenziale per lo sviluppo della storia de Il Signore degli Anelli, è invece accennata nell’Appendice B, “Il Calcolo degli Anni”, da cui ha attinto, esplicitando e ampliando, Jackson. Attraverso la magia bianca di Gandalf l’incantesimo di occultamento che vige sull’arcana fortezza è spezzato e truppe di orchi si rivelano allo stregone che si protegge dal loro assalto con il suo bastone magico. A questo punto assistiamo alla scena più bella del film, quella che, in gergo, vale l’intero prezzo del biglietto. Gandalf crea intorno a sé una sfera protettiva di luce e contro di essa si oppone violentemente una nube nera parlante, all’interno della quale si proietta successivamente la sagoma fiammeggiante di Sauron in armatura, per sfociare infine nella tradizionale figura dell’Occhio di fuoco, che ha la meglio su Gandalf.

La raffigurazione di Sauron, triplice come le tre facce di Satana, è senz’altro una delle cose meglio riuscite di questo secondo (o quinto?) capitolo della saga e riscatta ampiamente la menda del terribile occhio-faro con cui egli era stato rappresentato nei tre film de Il Signore degli Anelli. Anche la raffigurazione nel finale del film del drago Smaug, rosso, maestoso e con la pancia che balugina prima di sputare fiamme, non delude affatto. Un po’ meno riuscito è il dialogo tra il drago e Bilbo, il quale (diversamente dal libro) si sfila l’Anello dal dito divenendo visibile al serpente di fuoco che in maniera del tutto illogica non lo uccide. Proprio con il battito delle imponenti ali del drago che, risvegliato e infuriato per la visita dei nani, esce all’aperto dal suo nascondiglio si conchiude la pellicola.

In definitiva il risultato complessivo, nonostante le cadute di stile e certe invenzioni non proprio in linea con la poetica tolkieniana, che lasciano un po’ perplessi, non è negativo e il film risulta godibile e avvincente per il pubblico medio e per alcune sequenze anche molto valido e apprezzabile per i maggiori conoscitori dell’opera tolkieniana. Certo risultano evidenti all’occhio attento alcuni trucchetti del mestiere adoperati per raggiungere l’effetto, come le autocitazioni e i continui rimandi alla precedente trilogia (l’obiettivo di costruire una lunga saga alla Star Wars sembra chiaro), che raggiungono l’esito più alto all’orecchio attraverso il sapiente utilizzo della colonna sonora composta da Howard Shore per Il Signore degli Anelli. Infatti le note celebri (ad esempio il tema dell’Anello o quello di Sauron, oltre al già citato Concerning Hobbits) intervengono nei punti di maggior risalto emozionale, riportando alla memoria degli spettatori alcune scene topiche della Trilogia e raddoppiando così il loro mordente.

Tra i difetti maggiori del film non si può transigere sulle eccessive libertà prese dal regista (e che fanno da contraltare negativo al suo abilissimo fronteggiarsi con le diverse fonti tolkieniane) nei confronti dell’opera dello scrittore inglese e che risultano spesso in contrasto con il suo stile, come la storia d’amore ‘interraziale’ tra Tauriel e Kili (come si concluderà?), o l’esagerazione in stile dark nella raffigurazione di masnade di Orchi onnipresenti, anche dove non c’entrano niente, come nella città di Esgaroth. Tra i pregi, oltre alle affascinanti raffigurazioni di Sauron e Smaug (Jackson eccelle nella rappresentazione dei cattivi!), va annotato positivamente il rilievo dato al personaggio di Bard con la storia della freccia nera e del suo antenato arciere, che prepara alla sfida tra l’uomo e il drago, accrescendo il tono epico del romanzo di Tolkien, che va ricordato nacque come fiaba da raccontare ai propri figli ed è perciò molto distante dall’epos de Il Signore degli Anelli.

La spettacolarizzazione del film riteniamo, infine, rappresenti un punto neutro. Se è proprio nelle grandi scenografie, infatti, che eccelle Jackson e riesce maggiormente a catturare e a emozionare gli spettatori, è anche vero che proprio in ciò risiede il rischio della commercializzazione che inevitabilmente toglie tanta poesia alla squisita arte narrativa di Tolkien, molto meno spettacolare, ma decisamente più profonda e magica.

Fonte: la|resistenza|della|poesia|